
La menopausa segna un momento di passaggio profondo nella vita di una donna. Non è una malattia, ma una condizione fisiologica in cui le ovaie cessano progressivamente di produrre estrogeni e progesterone.
Tuttavia, questo calo ormonale può aprire la porta a una serie di sintomi che vanno ben oltre le classiche “vampate di calore”: disturbi del sonno, irritabilità, perdita di concentrazione, secchezza vaginale, dolore nei rapporti, riduzione del desiderio, dolori articolari, e una lenta ma costante perdita di massa ossea.
- Un equilibrio da ritrovare
- Quando iniziare la terapia
- Estrogeni: il cuore della terapia
- Il ruolo dei progestinici
- La terapia locale: quando serve agire “dove manca”
- leggi anche La Terapia dell’atrofia vulvare: biostimolazione con acido ialuronico e polinucleotidi per il benessere intimo femminile.
- Le nuove combinazioni: estrogeni e SERM
- Sicurezza e monitoraggio
- Alternative non ormonali
- Conclusioni
- Bibliografia
Un equilibrio da ritrovare

Il principio della terapia ormonale (TOS o HRT) è semplice: restituire all’organismo una piccola quota di estrogeni e di progestinici – per compensare il deficit ormonale e alleviare i disturbi. Ma dietro questo concetto semplice si nasconde un mondo di sfumature, perché ogni donna è diversa per età, storia clinica, sintomi e sensibilità individuale.
Oggi non si parla più di “un’unica terapia per tutte”, bensì di trattamenti personalizzati, calibrati in base al profilo ormonale, alle preferenze e ai fattori di rischio individuali. L’obiettivo non è “tornare indietro nel tempo”, ma ricreare un equilibrio fisiologico, sostenendo il benessere generale e la salute a lungo termine.
Obiettivi della terapia ormonale sono:
- Ridurre i sintomi vasomotori (vampate di calore, sudorazioni notturne)
- Prevenire l’atrofia vulvovaginale e la dispareunia
- Migliorare il sonno, l’umore e la concentrazione
- Preservare la densità ossea e ridurre il rischio di fratture
- Contribuire al benessere sessuale e alla qualità della vita
Quando iniziare la terapia

L’indicazione ottimale è nelle donne sintomatiche entro 10 anni dalla menopausa o con età inferiore ai 60 anni. Questa “finestra di opportunità” è associata al miglior rapporto rischio/beneficio, soprattutto per gli effetti cardiovascolari e neurologici.
Gli estrogeni e i progestinici vengono somministrati secondo due modalità: la modalità sequenziale, ovvero se la donna è in perimenopausa e ha ancora qualche flusso, o la modalità continua combinata, se è in menopausa conclamata, evitando così sanguinamenti mensili.
Estrogeni: il cuore della terapia
Gli estrogeni sono gli ormoni che più risentono del calo menopausale. Perché hanno molti effetti sul nostro corpo: regolano la temperatura corporea, mantengono il tono vascolare, stimolano la produzione di collagene, migliorano il metabolismo osseo e influenzano perfino la funzione cerebrale.

La loro carenza spiega tanti dei disturbi tipici di questa fase. Per cui, l’assunzione di estrogeni, quando ben indicata, riduce del 80% le vampate di calore, migliora la qualità del sonno e l’umore, e protegge l’osso dalla perdita di densità.
Ma la differenza la fa la via di somministrazione, che può essere per orale o transdermica (cerotti, gel o spray). La via transdermica, oggi largamente preferita, evita il passaggio epatico degli estrogeni e riduce il rischio di trombosi, rendendola più sicura in molte donne.
Ma attenzione, non sono gli estrogeni i principali responsabili del tumore della mammella!
Il ruolo dei progestinici
Nelle donne che hanno l’utero, l’estrogeno va sempre associato a un progestinico, perché l’estrogeno provoca una proliferazione eccessiva dell l’endometrio e il rischio di tumore endometriale. Ovviamente se l’utero è assente la tos non necessita dell’assunzione di progestinici.
La scelta del progestinico è fondamentale e fa una grande differenza: il progesterone naturale micronizzato è oggi considerato il più fisiologico e sicuro, con effetti positivi sul sonno e sull’umore, e un impatto neutro sul profilo metabolico e sul rischio mammario.
I progestinici sintetici, pur efficaci, possono avere effetti più variabili sul metabolismo e sul seno. Tuttavia, in alcuni casi specifici (ad esempio donne con metrorragie), possono essere più indicati.
La terapia locale: quando serve agire “dove manca”

Anche in assenza di sintomi sistemici, molte donne sperimentano disturbi uro-genitali persistenti: secchezza, dolore, bruciore, aumento delle cistiti post-coitali.
In questi casi non serve una terapia sistemica, ma trattamenti locali mirati a restituire elasticità e trofismo ai tessuti vulvo-vaginali.
Oltre agli estrogeni locali, oggi si usano con ottimi risultati il DHEA (prasterone) in ovuli, e il testosterone. Sono soluzioni efficaci, e compatibili con la maggior parte delle condizioni cliniche.
leggi anche La Terapia dell’atrofia vulvare: biostimolazione con acido ialuronico e polinucleotidi per il benessere intimo femminile.
Le nuove combinazioni: estrogeni e SERM
Una delle novità più interessanti è il cosiddetto TSEC (Tissue Selective Estrogen Complex), che unisce un estrogeno con un modulatore selettivo del recettore estrogenico come il bazedoxifene.
Questa combinazione consente di ottenere i benefici degli estrogeni su osso e sintomi vasomotori, proteggendo al tempo stesso l’endometrio, senza la necessità di un progestinico. È un’opzione moderna, ben tollerata e particolarmente adatta alle donne che non sopportano i progestinici tradizionali.

L’ospemifene è un farmaco sempre appartenente alla categoria dei modulatori selettivi dei recettori per gli estrogeni (SERMs), utilizzato per trattare i sintomi genito-urinari della menopausa, come la secchezza vaginale. A differenza degli estrogeni, agisce stimolando l’epitelio vaginale ma senza stimolare la crescita del tessuto mammario, rendendolo utile per donne che non possono o non vogliono assumere terapia ormonale.
Sicurezza e monitoraggio
Uno dei temi più discussi è quello della sicurezza. Gli studi più recenti – tra cui le linee guida NAMS 2023 e EMAS 2022 – sottolineano che, nelle donne sane, iniziare la TOS entro 10 anni dalla menopausa o prima dei 60 anni offre un profilo di rischio molto favorevole: riduce la mortalità globale, migliora la salute cardiovascolare e previene l’osteoporosi.
Il rischio di tumore mammario, spesso sovrastimato, dipende più dal tipo di progestinico che dalla via dell’estrogeno.
Il progesterone naturale sembra non aumentarlo in modo significativo, mentre alcune combinazioni con progestinici sintetici, se usate oltre i 5 anni, possono leggermente elevarlo.
Per questo è fondamentale un controllo regolare: visita ginecologica, ecografia, mammografia e valutazione del profilo metabolico.
Quindi, utilizzando l’estrogeno per via transdermica minimizziamo il rischio di patologie trombo-emboliche, utilizzando un progesterone naturale micronizzato minimizziamo il rischio di tumore della mammella!
Alternative non ormonali

Per le donne che non possono o non vogliono assumere ormoni, esistono approcci alternativi: farmaci che modulano la serotonina e la noradrenalina (come venlafaxina o paroxetina) possono ridurre le vampate, mentre gabapentin o clonidina agiscono sui centri termoregolatori.
Fitoterapici come isoflavoni di soia o cimicifuga racemosa mostrano effetti modesti ma talvolta utili nei casi più lievi, purché usati con criteri scientifici e sotto controllo medico.
Conclusioni
La terapia ormonale non è una scorciatoia né una panacea. È un intervento di medicina di precisione, che deve essere cucito addosso a ogni donna, rispettando la sua storia, le sue paure, il suo modo di vivere la menopausa.
Usata nel momento giusto, con i dosaggi adeguati e il monitoraggio corretto, può restituire energia, serenità e salute, prolungando quella che oggi chiamiamo — con pieno diritto — la seconda giovinezza.
Bibliografia
The 2022 hormone therapy position statement of The North American Menopause Society
Ti potrebbe interessare anche questo articolo




